Tantra per donne riservato yoni

Tantra per donne riservato yoni

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Ciao sono Alessio, esperto tantra per il benessere femminile💐 Info e appuntamenti via email [email protected] 👈

26/06/2026

Il ta**ra "sicuro"..
Una parola circola sempre più spesso nel mondo del ta**ra contemporaneo: sicuro. Spazio sicuro. Pratica sicura. Percorso sicuro. La ripetono i praticanti nei loro profili, nei loro siti, nelle presentazioni che fanno di se stessi come se fosse una garanzia di qualità, un marchio di serietà. E invece è esattamente il contrario.
Il ta**ra che promette sicurezza ha già tradito ciò che dovrebbe trasmettere.
Non perché il pericolo sia un valore in sé, o perché la sofferenza sia necessaria alla crescita — questa è un'altra banalità del mercato spirituale, rovesciata di segno. Ma perché la trasformazione reale — quella di cui parlano il Kashmir Shaivismo, il Kaula, le tradizioni Shakta — non è un processo che si può imbrigliare in un protocollo. Implica attraversamento. Implica che qualcosa si rompa. Implica che il sé che entra in una pratica autentica non sia lo stesso che ne esce.
Questo fa paura. E il mercato ha trovato la risposta perfetta alla paura: venderla trasformata in prodotto.
Il ta**ra sicuro non nasce da un'esigenza delle donne. Nasce da un'esigenza dei praticanti — e degli operatori, dei centri, dei formatori — di rendere commerciabile qualcosa che per sua natura resiste alla commercializzazione. Shakti non si addomestica. Puoi creare un contenitore, puoi lavorare con intenzione e presenza, ma non puoi garantire in anticipo cosa emergerà. Chi promette sicurezza sta promettendo implicitamente una cosa sola: che non succederà nulla di reale.
E la donna che esce da una sessione di ta**ra sicuro spesso lo sente, anche se non sa nominarlo. Sente di aver fatto qualcosa di corretto, di ben condotto, di rispettoso. E sente che è rimasta ferma.
Il ta**ra classico non prometteva benessere. Prometteva riconoscimento — della propria natura più profonda, che non è quieta, non è gentile, non è addomesticata. Prometteva un incontro con qualcosa di più grande del sé ordinario. Questo incontro ha un costo. Non in denaro — quello lo paga comunque, e spesso tanto. Il costo è l'esposizione. La disponibilità a essere spostati.
Un ta**ra che elimina questo costo non è una versione migliorata del ta**ra. È un'altra cosa con lo stesso nome.

25/06/2026

Non sai ancora cosa significa abitare il tuo corpo come si abita una casa in cui si è finalmente al sicuro.
Lo intuisci, forse. Lo sfiori nei momenti rari in cui qualcosa si allenta, in cui il respiro scende più in basso del solito e per un istante smetti di sorvegliarti. Ma poi torna il rumore, tornano le cose da fare, torna quella distanza sottile tra te e te stessa che hai imparato a chiamare normalità.
Il massaggio yoni non cura solo il corpo. Rimette il corpo al centro — e quando il corpo torna al centro, tutto il resto si riorganizza intorno a quel nuovo asse.
La prima cosa che cambia è la percezione di te stessa. Non come concetto, non come immagine riflessa negli occhi degli altri, ma come presenza fisica nello spazio. Cominci a occupare il posto che ti spetta. La spina dorsale si raddrizza — non per disciplina, ma perché qualcosa dentro ha smesso di volersi nascondere. Ti muovi in modo diverso. Lo senti tu, e lo sentono gli altri.
Nelle relazioni di lavoro questo si traduce in qualcosa di molto concreto. La donna che ha ricevuto — davvero ricevuto, senza difendersi, senza gestire — sviluppa una qualità dell'ascolto e della presenza che non si insegna in nessun corso di leadership. Riesci a stare in una riunione difficile senza dissolverti. Riesci a dire no senza sentirti in colpa per ore. Riesci a guardare il tuo capo negli occhi e sapere, da qualche parte che non mente, che il tuo valore non dipende dalla sua approvazione. Non è arroganza — è radicamento.
Con i colleghi cambia il registro: meno bisogno di piacere, più capacità di essere. La differenza è enorme, anche se non si vede subito. Si sente nell'aria. Le persone smettono di trattarti come qualcuno da convincere o da rassicurare, e cominciano a trattarti come qualcuno con cui fare i conti.
Negli studi accade qualcosa di ancora più sottile. Un cervello connesso al corpo non è soltanto più calmo — è più curioso. La curiosità vera, quella che ti fa aprire un libro senza che nessuno te lo chieda, nasce da un organismo che si sente abbastanza al sicuro da volersi espandere. Quando il sistema nervoso è cronicamente in allerta, l'unica cosa che impara è a sopravvivere. Quando si rilassa — profondamente, non solo in superficie — torna il piacere di conoscere. Torna la domanda. Torna la voglia di capire cosa c'è oltre.
E poi ci sono le cose belle. La musica che finalmente entra invece di scivolarti accanto. Il quadro davanti al quale ti fermi, e non sai bene perché, ma qualcosa in te risponde. Lo spettacolo che ti lascia qualcosa addosso per giorni. Il viaggio che non è solo un posto da vedere ma un'esperienza che modifica qualcosa di permanente nel modo in cui guardi il mondo. Tutto questo richiede un corpo presente. Un corpo che non sia solo un mezzo di trasporto per la testa.
La donna che ha cominciato a ricevere in modo consapevole sviluppa una fame diversa — non l'avidità ansiosa di chi accumula esperienze per riempire un vuoto, ma l'appetito sereno di chi sa già di meritare il bello e vuole semplicemente continuare ad assaporarlo. Vuole aggiungere. Vuole scoprire. Vuole che la sua vita abbia più strati, più colori, più profondità.
Tutto questo comincia qui. Nel silenzio di un tavolo, nel contatto di due mani, in un'ora in cui per una volta non devi essere niente di diverso da quello che sei.
✉ ta**[email protected]

24/06/2026

C'è un momento in cui smetti di trattenerti.
Non è una decisione. Non lo scegli con la testa. È qualcosa che cede — qualcosa di vecchio, di contratto, che ha tenuto duro per anni senza che tu lo sapessi davvero.
L'abbandono di sé non è dissolversi. Non è perdersi. È smettere di fare la guardia a te stessa.
Quanta energia hai usato in vita tua per restare in controllo — del respiro, dell'espressione, del suono che stava per uscire e hai fermato a metà? Quanta vigilanza hai portato persino nei momenti che avrebbero dovuto essere tuoi?
Il corpo conosce questa tensione meglio della mente. La porta nelle spalle, nella mandibola, nell'interno delle cosce che si irrigidisce prima ancora che tu abbia capito perché.
Abbandonarsi a sé stesse viene prima. È il gesto più intimo — più intimo di qualsiasi altra apertura.
E quando accade — quando quella guardia si abbassa davvero, non per concessione ma per resa autentica — allora diventa possibile qualcos'altro.
Abbandonarsi all'esterno.
Alla mano che ti tocca. Al peso di una presenza che non chiede nulla. Al calore che sale senza che tu debba fare niente per meritarlo.
Non è vulnerabilità nel senso in cui te l'hanno insegnata — come rischio, come pericolo, come qualcosa da proteggere. È vulnerabilità come apertura. Come il modo in cui un fiore non decide di sbocciare: semplicemente, le condizioni erano giuste.
Sul tavolo succede questo. Non sempre. Non subito. Ma quando succede, lo riconosci — perché il tuo corpo smette di raccontarti una storia e comincia, finalmente, a viverne una.
✉ ta**[email protected]

23/06/2026

La Lista della Spesa
Mi ha scritto martedì mattina. Tra la lista della spesa e una riunione delle undici, aveva trovato uno spazio per me.
Non lo diceva con ironia. Lo diceva con la naturalezza di chi ha imparato — e ha dovuto imparare, perché nessuno nasce sapendo fare dieci cose insieme — a tenere tutto in piedi contemporaneamente. La famiglia. Il lavoro. Il corpo. I bisogni propri, sempre per ultimi, sempre compressi nello spazio che rimane dopo che tutti gli altri sono stati soddisfatti.
Ho riletto il messaggio con qualcosa che somigliava alla tenerezza.
Perché in quelle righe non vedevo un errore. Vedevo una donna che, in mezzo a tutto, aveva trovato il modo di fare spazio anche a se stessa. Che aveva pensato a sé. Che aveva scritto. Che stava cercando qualcosa — anche senza sapere esattamente cosa.
Questo non è poco. Per molte donne, è già moltissimo.
Il mondo ha insegnato alle donne, con una pazienza e una costanza ammirevoli, che ogni cosa ha un posto e ogni bisogno può essere incastrato nel flusso della giornata. Nessuno glielo ha insegnato con cattiveria. Glielo hanno insegnato con l'esempio — le madri, i ritmi, le aspettative, la vita intera organizzata intorno alla produttività. Anche il piacere. Anche il corpo. Anche questo.
Non è colpa sua se ha messo il massaggio yoni tra la spesa e la riunione. È l'unico modo che conosce per prendersi cura di sé senza sentirsi in colpa. Farlo entrare nell'agenda significa dargli dignità. Significa dirsi: anche questo conta.
E conta. Ecco perché sono qui.
Quello che succede dopo — quando arriva, quando la porta si chiude, quando la giornata rimane fuori — è che il corpo comincia a ricordare qualcosa che nessuna agenda può contenere. Non perché io faccia qualcosa di speciale. Ma perché il sistema nervoso, quando finalmente gli viene offerto il permesso, sa esattamente dove andare.
Non si può pianificare il momento in cui smetti di tenere tutto insieme. Non si può mettere in calendario l'abbandono. Ma si può creare le condizioni perché accada. E lei, scrivendomi martedì mattina tra la lista della spesa e la riunione delle undici, quelle condizioni le aveva già create.
Lo sapeva, forse, anche senza saperlo.
✉ ta**[email protected]

22/06/2026

Le mani hanno una memoria più antica delle intenzioni. Quando sfiorano, quando premono, quando cercano in profondità ciò che i tessuti trattengono — stanno facendo qualcosa che precede qualsiasi tecnica.
Il massaggio classico — quello che nei manuali chiamano svedese, o massoterapia base — nasce da un'intuizione semplice e profonda insieme: il tocco ha una direzione. Lo sfioramento apre. La frizione scioglie. L'impastamento raggiunge i tessuti in profondità, là dove il corpo tiene ciò che non ha mai trovato il modo di dire. Sono gesti codificati, trasmessi, insegnati. Techne — arte che abita le mani.
E da questi gesti parto, perché il corpo ha bisogno di essere incontrato tutto. Non solo la parte che porta il nome, non solo il centro di ciò che una donna porta dentro di sé come ferita o come desiderio mai esplorato. Prima viene il resto — le spalle dove abita la responsabilità, la schiena dove si accumula l'invisibile, le cosce dove spesso il corpo smette di sentirsi e comincia a giudicarsi.
La yoni non è una destinazione separata dal viaggio. È il punto in cui il viaggio diventa più onesto.
Arrivare lì senza aver percorso il resto sarebbe come entrare in una stanza senza attraversare la casa. Tecnicamente possibile. Ma qualcosa di essenziale andrebbe perduto — la familiarità, la fiducia, quel senso di continuità che trasforma il tocco da gesto in presenza.
Non conquisto niente. Non raggiungo niente. Percorro.
E in questo percorrere, ciò che una donna sente non è solo una sequenza di movimenti sul corpo — sente che qualcuno si è preso il tempo di conoscere tutto di lei prima di avvicinarsi a ciò che custodisce con più cura.
✉ ta**[email protected]

19/06/2026

C'è un momento, nel sesso vero, in cui tutto rallenta.
Non è il momento del piacere più intenso. È quello che lo precede: quando due corpi si avvicinano ancora incerti, quando una mano trova la guancia dell'altra persona e si ferma lì, quando il respiro si sincronizza senza che nessuno lo decida. È un momento di lettura reciproca, quasi animale nella sua precisione. Il corpo sa già tutto — sa se l'altra è presente, se è aperta, se ha paura, se è davvero lì.
Il sesso è empatico prima di essere eccitante. Questo non lo insegnano da nessuna parte, eppure lo sa chiunque abbia vissuto la differenza tra un incontro che lascia qualcosa e uno che lascia solo stanchezza.
L'empatia nel sesso non è dolcezza obbligatoria, non è la versione edulcorata di qualcosa che dovrebbe essere selvaggio. È capacità di rilevamento. È sentire l'altra persona attraverso la pelle, attraverso la variazione del tono muscolare, attraverso il modo in cui trattiene il fiato o lo lascia andare. Le coccole, la lentezza, il contatto prolungato senza meta — non sono il preludio educato all'atto vero. Sono l'atto vero. Sono il sistema nervoso che impara a fidarsi, che cede la guardia, che smette di calcolare.
E solo da lì, da quella resa che non ha niente di passivo, può emergere qualcosa di davvero animale.
Perché l'eccitazione profonda non è agitazione. È concentrazione. È il corpo che smette di simulare e comincia a volere — con una chiarezza che nella vita ordinaria è quasi impossibile raggiungere. Il gesto istintivo, quello che non si pianifica, nasce soltanto quando c'è abbastanza sicurezza per smettere di pensare. La gestualità più libera e più feroce viene sempre dopo la tenerezza, non invece di essa.
Dolcezza e sessualità animale non sono opposti. Sono la stessa cosa a temperature diverse.
Chi cerca solo la scarica salta il momento più potente. Chi resta fermo nella dolcezza per paura dell'intensità non arriva mai dove il corpo vorrebbe davvero andare. L'incontro vero è la capacità di stare in entrambi i registri senza che nessuno cancelli l'altro — la carezza e il morso, la lentezza e l'urgenza, l'attenzione quasi meditativa e l'abbandono.
Il massaggio yoni nasce esattamente in questo spazio. Non è una tecnica. È la creazione consapevole di quelle condizioni che il sesso vero richiede e che raramente trova: presenza totale di chi tocca, nessuna aspettativa di reciprocità, nessuna performance da sostenere. Il corpo della donna non deve dare nulla, non deve arrivare da nessuna parte, non deve preoccuparsi di essere abbastanza o troppo. Può semplicemente ricevere — e scoprire, spesso con sorpresa, quanto questa libertà sia insolita.
Da quella libertà emerge prima la dolcezza — un ammorbidimento dei tessuti, del respiro, della guardia. E poi, se il corpo lo vuole, emerge l'altra cosa: l'eccitazione che non è ansia, il calore che non brucia ma apre, la vitalità sessuale che non chiede di essere spiegata né giustificata.
Il sesso libera perché prima connette. Non c'è liberazione nel vuoto — c'è solo dispersione. Il massaggio yoni è questo collegamento reso possibile fuori dalle dinamiche ordinarie: un contatto empatico, preciso, che rispetta il ritmo del sistema nervoso femminile invece di forzarlo. E quando quella connessione avviene davvero, ciò che si libera non è solo tensione: è qualcosa di più simile a un riconoscimento. Il corpo che dice eccomi — non alla performance, non all'aspettativa — ma a se stesso.
✉ ta**[email protected]

18/06/2026

Ti hanno insegnato a mordere il labbro.
A soffocare il respiro nel cuscino, a tenere basso il volume di un piacere che saliva, come se quel suono fosse una colpa da nascondere prima che qualcuno potesse sentirla. Hai imparato presto che il corpo di una donna può godere, sì, ma in silenzio. Che il piacere va bene finché resta discreto, finché non disturba, finché non si fa sentire troppo.
"Sei troppo rumorosa" è una frase che molte donne hanno ricevuto almeno una volta, detta a metà tra il complimento e l'avvertimento. E da quel momento il corpo impara a censurarsi. Non solo il grido: anche il sussulto, la parola che vorrebbe uscire e invece resta in gola, il respiro che si fa piatto per non tradire quanto sta succedendo davvero.
Wilhelm Reich osservava come le emozioni più intense — il pianto, l'urlo, la rabbia — si depositino in bande precise di muscoli, e che la gola sia spesso il primo punto in cui un bambino impara a trattenersi per essere accettato. Quella stessa corazza, anni dopo, torna a chiudersi proprio nel momento in cui il corpo vorrebbe aprirsi di più: durante il piacere, la voce si blocca insieme al resto.
Bessel van der Kolk ha mostrato quanto la voce non sia una scelta ma un segnale del sistema nervoso. Nel congelamento — quella risposta arcaica che il corpo attiva quando non si sente al sicuro — la voce è spesso la prima cosa a sparire. Per questo una donna che ritrova il suono, durante un massaggio o durante l'intimità, non sta "esagerando": sta comunicando, nel linguaggio più antico che ha, che qualcosa in lei si è finalmente fidato.
Il Vijnanabhairava Ta**ra insegna qualcosa che la cultura del controllo ha dimenticato: l'intensità vissuta fino in fondo — un grido, uno spasmo, persino uno sbadiglio — può essere una porta verso uno stato di coscienza più ampio. Non un'interferenza da correggere, ma una vibrazione, uno spanda, attraverso cui il corpo ricorda di essere energia prima che comportamento. Nella visione kaula del Kularnava Ta**ra nulla del corpo viene escluso dal sacro: il suono che esce senza permesso non è meno spirituale del silenzio composto, è semplicemente più onesto.
C'è poi una differenza che vale la pena di nominare: il suono che si fa per qualcuno, e quello che semplicemente accade. Il primo è performance — la stessa logica dell'usa e getta che chiede alla donna di dimostrare, anche nel piacere, di essere abbastanza brava, abbastanza desiderabile, abbastanza "buona amante". Il secondo è verità: arriva senza regia, spesso sorprende la donna stessa prima ancora di chi le sta vicino.
Nel massaggio yoni questo spazio viene restituito. Non è richiesto nessun suono, e nessuno va trattenuto per discrezione: parole, sussulti, urla, silenzio, tutto è ammesso, perché nessuno sta giudicando il volume del tuo piacere. È, semplicemente, il corpo che si lascia sentire da se stessa, prima ancora che da chiunque altro.
✉ ta**[email protected]

17/06/2026

Il corpo ricorda ogni mano che l'ha attraversato senza fermarsi.
Non importa se quella mano apparteneva a un amante di una notte o a chi è rimasto per anni senza mai davvero arrivare. Il corpo tiene il conto di chi è entrato per prendere e di chi, semplicemente, non si è mai fermato a vedere.
Molte donne portano questa ferita senza riconoscerla come tale. La chiamano insoddisfazione, la chiamano stanchezza, la chiamano "sono fatta così, non sento molto". Ma sotto c'è spesso una storia più precisa: un corpo che ha imparato, incontro dopo incontro, a essere il mezzo per il piacere di un altro. Mai il luogo di un incontro vero.
Il ta**ra parte da un'altra visione. Il corpo non è un oggetto da consumare e poi lasciare andare: è Shakti che si manifesta, energia che prende forma per essere riconosciuta, non estratta. Shiva non possiede Shakti. La testimonia. C'è una differenza enorme tra una mano che prende e uno sguardo che vede, e questa differenza il corpo la sente prima ancora che la mente la capisca.
Quando una donna arriva al massaggio yoni portando dietro di sé esperienze in cui è stata usata e gettata, il lavoro non comincia dal piacere. Comincia dalla fiducia che, questa volta, nessuno ha fretta di arrivare da nessuna parte. Il tocco non ha un obiettivo nascosto. Non costruisce verso qualcosa che serve a chi tocca. Resta, semplicemente, presente — e questa presenza è già, di per sé, il ribaltamento di tutto quello che è venuto prima.
Il corpo che si è armato per difendersi da chi prendeva impara, piano, che può anche disarmarsi. Non perché qualcuno glielo chiede. Perché qualcuno resta lì abbastanza a lungo, senza chiedere nulla, da rendere inutile l'armatura.
Non è romanticismo. È una tecnica precisa che richiede tempo, ascolto, e la rinuncia a qualunque fretta di arrivare a un risultato. Ma è anche, prima di tutto, un atto politico nel senso più antico della parola: restituire a un corpo il diritto di essere visto invece che usato.
✉ ta**[email protected]

15/06/2026

Quando l'uomo si inginocchia davanti al femminile...
La dedizione ha un peso specifico. Si sente nel rallentamento di chi si avvicina, nella qualità del respiro, nel modo in cui le mani sostano prima ancora del tocco.
Non come preliminare. Non come concessione. Non come dimostrazione di abilità.
Come atto di venerazione.
Nel Kaula Ta**ra — la corrente shivaita più radicale, quella che non separa il sacro dal corporeo — la yoni non è semplicemente un organo. È il portale attraverso cui Shakti si manifesta nel mondo. La matrice del creato. Ciò che il Kularnava Ta**ra chiama yoni-mandala: un mandala vivente, un centro di potenza cosmica.
In questo orizzonte, avvicinarsi alla yoni con devozione totale non è un gesto erotico nel senso ordinario del termine. È un atto rituale. È prostrarsi di fronte a ciò che genera vita.
Il praticante tantrico si avvicina con la stessa disposizione interiore con cui ci si avvicina a un altare. Non per prendere. Non per dimostrare. Per offrire.
Il problema è che quasi nessun uomo sa farlo davvero.
Non perché manchi di tecnica. Ma perché manca di quella qualità interiore che i testi chiamano bhakti: devozione. Presenza. Abbandono dell'ego di fronte a qualcosa di più grande.
Un atto simile, compiuto con bhakti, non inizia con il corpo. Inizia con lo sguardo. Con la respirazione. Con la capacità di sostare — senza fretta, senza agenda — nel campo energetico della donna.
Quello che la donna sente, quando un uomo si avvicina così, non è eccitazione immediata. È qualcosa di più raro: si sente ricevuta. Vista. Custodita.
E da lì — solo da lì — il corpo comincia ad aprirsi.
Bessel van der Kolk, nel suo lavoro sul trauma corporeo, descrive come il sistema nervoso autonomo della donna risponda prima di tutto alla sicurezza percepita. Non all'intensità dello stimolo. Alla sicurezza.
Un uomo che si avvicina con voracità, con impazienza, con il bisogno inconscio di "farla godere" — attiva nel corpo femminile una risposta di allerta. Il contrario di quello che cerca.
Un uomo che si avvicina con calma, con devozione, con la capacità di aspettare — segnala al sistema nervoso di lei: qui sei al sicuro. Non ti chiedo nulla. Sono qui per te.
Questa è la differenza tra l'intimità come prestazione e l'intimità come pratica sacra.
Il Vijnanabhairava Ta**ra parla di dharana — stati di concentrazione meditativa che si raggiungono attraverso i sensi. Il tatto, il gusto, l'olfatto come vie di accesso al senza-forma.
Esiste una dharana specifica legata all'incontro intimo: quella in cui il praticante, perdendo i confini del proprio io nel piacere dell'altro, tocca per un istante il vuoto luminoso da cui tutto emerge.
Non è metafora. È una mappa precisa di ciò che può accadere quando l'incontro corporeo avviene con la giusta qualità di presenza.
Il bacio sacro — quello che onora la yoni come soglia del divino femminile — è uno di quei portali.
Ma per attraversarlo, l'uomo deve prima aver fatto qualcosa di difficile: aver rinunciato al proprio bisogno di essere il protagonista.
La cultura ci ha insegnato che l'uomo "fa". Che agisce, penetra, conquista. L'intimità, in questo schema, diventa ancora una performance: quanto sono bravo, quanto la faccio godere, quanto mi vuole bene per questo.
Il Ta**ra propone l'opposto.
L'uomo che si inginocchia davanti alla yoni non è debole. È colui che ha compreso qualcosa di essenziale: che Shakti — l'energia che muove l'universo — è di natura femminile. E che onorare quella natura, con il corpo intero, con la presenza intera, è un atto di potere spirituale, non di sottomissione.
Ciò che una donna sperimenta quando viene ricevuta così — con devozione, senza fretta, senza che l'uomo abbia bisogno di nulla in cambio — è spesso qualcosa che non ha parole.
Non è solo piacere fisico.
È il riconoscimento, nel corpo, di un valore che non deve essere guadagnato.
È la fine, per qualche istante, della fatica di essere sempre quelle che danno.
È il permesso — raro, prezioso — di ricevere.

13/06/2026

Smettete di chiamarlo ta**ra.
Lo dico con la consapevolezza di chi vive di questo, di chi ha attraversato i testi sanscriti con la pazienza di chi sa che la verità non si regala in un post, eppure lo dico senza esitazione: quello che viene venduto oggi sotto questa parola, nella stragrande maggioranza dei casi, non ha nulla a che fare con la tradizione che pretende di rappresentare.
Il Kularnava Ta**ra parla di un sentiero per eroi, vira-sadhaka, individui capaci di trasformare il veleno in nettare attraverso una disciplina che richiede anni, un maestro, una struttura cosmologica precisa. Il Vijnanabhairava Ta**ra offre centododici porte verso la coscienza assoluta, dove il piacere sensoriale è una delle tante chiavi, non l'unica e non la più importante. Questi testi non parlano di relax, non parlano di benessere di coppia, non parlano di "ritrovare l'armonia". Parlano di morte dell'ego, di dissoluzione, di uno scarto radicale rispetto al significato che oggi si stampa su un volantino con due mani che si toccano sopra un tramonto.
E qui arrivano i due fronti, opposti solo in apparenza, ma identici nella loro distorsione.
Da una parte c'è chi usa la parola ta**ra come foglia di fico per vendere sesso a pagamento, mascherando la prostituzione dietro un linguaggio di "energia", "sacro femminile", "connessione olistica". Non è ta**ra, è marketing, ed è anche, va detto con chiarezza, un modo di sfruttare la spiritualità per eludere normative e responsabilità. Chi fa questo non ha bisogno del Kularnava, ha bisogno di un avvocato.
Dall'altra parte, con uguale disonestà intellettuale, ci sono i puristi del massaggio che hanno trasformato il ta**ra in una specie di catechismo travestito da sanscrito. Fedeltà di coppia, amore incondizionato, niente desiderio individuale, tutto deve passare attraverso la coppia, attraverso il "noi", attraverso un romanticismo che più che Shakti richiama il sacramento del matrimonio cattolico. Anche questo non è ta**ra. È bigottismo con l'incenso, è la stessa morale repressiva di sempre, solo con un vocabolario più esotico.
La verità, quella che nessuno dei due fronti ha interesse a dire, è che il ta**ra delle scuole Kaula e Shakta non chiede permesso a nessuno. Non chiede che il desiderio sia legittimato da un anello al dito, e non lo trasforma nemmeno in merce da vendere a ore. Riconosce il corpo come porta, la sensazione come sentiero, l'individuo, e in particolare il corpo della donna, come centro autonomo di potere, non come accessorio di una relazione né come oggetto di consumo.
È esattamente in questo spazio, lontano da entrambe le distorsioni, che si muove il massaggio yoni come lo intendo io: non una prestazione, non un sacramento di coppia, ma un attraversamento del corpo che restituisce alla donna il proprio centro, la propria autonomia, il proprio diritto al piacere senza che debba renderne conto a nessuno.
Forse la domanda da farsi non è se il ta**ra sia compatibile con la monogamia o con il mercato. La domanda è perché continuiamo a usare una parola sacra per coprire le nostre stesse paure, sia quella di essere libere, sia quella di essere oneste su cosa state davvero cercando.
Se questa domanda ti riguarda, se senti che il tuo corpo ha qualcosa da raccontarti che la mente da sola non riesce a dirti, il massaggio yoni può essere lo spazio in cui ascoltarlo.

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